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Editoriale
A ciascuno il suo di Dino Dozzi – direttore di MC
Ogni anno dedichiamo un numero speciale di MC alle nostre missioni. Nel 2006 abbiamo presentato il Dawro Konta (Album di 10 anni in Dawro Konta) e nel 2007 la Turchia (Da
80 anni in Turchia). Oltre a queste due missioni "ufficiali", i Cappuccini dell'Emilia-Romagna hanno altri 13 missionari che vivono e lavorano in 4 Paesi diversi: Centrafrica (Antonio Triani, Antonino Serventini, Antonios
Alberto, Bruno Biagi, Cesare Clerici, Damiano Bonori, Giancarlo Anceschi, Innocenzo Vaccari, Norberto Munari), Etiopia (Maurizio Gentilini e Silverio Farneti), Sudafrica (Ezio Venturini), Romania (Filippo Aliani).
A questi nostri 13 missionari dedichiamo il numero speciale di marzo 2008, evidenziando le loro testimonianze. Allo scopo, abbiamo chiesto ad ognuno di loro di
rispondere ad alcune domande: perché e quando sei partito missionario? dove e quali attività missionarie hai svolto in passato? come stai e che cosa fai ora? come vedi la situazione del Paese in cui vivi per quanto riguarda la
società, la Chiesa e l'Ordine? Domande semplici che hanno permesso ad ognuno di presentarsi.
Impegnati come sono, sapevamo che non tutti avrebbero trovato il tempo per rispondere alla nostra lettera, soprattutto quelli che hanno meno dimestichezza con la parola
scritta. Complessivamente, le cose sono andate meglio del previsto: su 13 hanno risposto in 9. Ma non ci siamo rassegnati a passare sotto silenzio i 4 "latitanti", tutti del Centrafrica. Ci siamo così ricordati di padre Paolo
Poli, che nella vita ha preso seriamente l'invito di Gesù ad andare nel mondo intero a predicare il vangelo e che ha avuto occasione di fermarsi proprio in Centrafrica per quindici anni, come missionario,
Superiore regolare e Presidente della Conferenza dei Superiori dell'Africa Equatoriale: gli abbiamo chiesto di "supplire", dandoci le informazioni mancanti. E così ora il quadro è completo.
Grande spazio abbiamo dato alle foto, che spesso "parlano" più direttamente ed efficacemente delle stesse parole. Ad Adriano Parenti, Segretario provinciale per
l'Animazione missionaria, abbiamo chiesto di presentare i progetti in cantiere per ognuno dei quattro Paesi in cui vivono ed operano questi nostri 13 confratelli. Il risultato è questo numero di MC, che viene a completare il
trittico delle presenze missionarie dei Cappuccini dell'Emilia-Romagna nel mondo: in Dawro Konta, in Turchia e in altri Paesi.
Complessivamente abbiamo 28 missionari, presenti in Paesi molto diversi tra loro. Ne deriva che diverso è anche il tipo di vita e di attività missionaria di questi
nostri confratelli. Proviamo a dare uno sguardo riassuntivo e panoramico alla nostra presenza missionaria nel mondo, sottolineandone la specificità.
In Dawro Konta, dove sono presenti cinque nostri frati - Adriano Gattei, Gabriele Bonvicini, Marco Busni, Raffaello Del Debole e Renzo Mancini - la missionarietà ha le
caratteristiche della prima evangelizzazione e della solidarietà sociale. Qui manca il vangelo, ma mancano anche quelle condizioni economiche, sanitarie e sociali minime per poter parlare di una vita dignitosa. E allora da una
parte bisognerà costruire comunità cristiane e dall'altra non ci si potrà esimere dal costruire dispensari, strade, pozzi, scuole. La popolazione risponde molto bene e stanno nascendo comunità cristiane numerose ed entusiaste.
In Turchia vivono e lavorano undici nostri frati: Adriano Franchini, Alberto Andreani, Domenico Bertogli, Giulio Ciarla, Gregorio Simonelli, Hanri Leylek, Mesut
Kalayci, Paolo Rovatti, Ruggero Franceschini, Umile Ferrari, Vincenzo Succi. Qui la missionarietà è soprattutto "presenza da frati minori" nella linea indicata da Francesco d'Assisi per "coloro che vanno tra i saraceni ed altri
infedeli": "Non facciano liti né dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio e confessino di essere cristiani" (Rnb XVI,6: FF 43). Una presenza umile e fraterna, dunque, solidarmente vicina ai poveri e insieme culturalmente propositiva in questa "terra santa della Chiesa" che custodisce le radici della teologia e della spiritualità cristiana.
Ed eccoci al Centrafrica con i nove nostri missionari inseriti nella locale Viceprovincia. Qui la missionarietà, come emergerà dalle testimonianze riportate,
è caratterizzata dalla pastorale parrocchiale e in brousse (savana), dalla formazione dei giovani avviati alla vita sacerdotale o religiosa, dalla preparazione dei catechisti. Sotto l'aspetto sociale e culturale i bisogni
della popolazione sono enormi e anche qui bisogna continuamente integrare l'annuncio del vangelo con la solidarietà umana e sociale.
Nella Viceprovincia d'Etiopia sono rimasti e lavorano due nostri missionari: Silverio, con la sua lunga esperienza e la riconosciuta saggezza, è impegnato nel difficile
campo della formazione dei giovani avviati alla vita religiosa e sacerdotale; Maurizio, fratello non sacerdote, è insieme meccanico, ingegnere, idraulico, falegname, cuoco. La missionarietà qui va incontro alla necessità di
formare educatori religiosamente qualificati e operai specializzati in grado di aprire attività anche in proprio.
In Sudafrica Ezio Venturini è inserito lui pure nella Viceprovincia locale, e la sua missionarietà si esprime nella cura parrocchiale degli immigrati, indiani a
Malabar, italiani e portoghesi a Port Elizabeth. In Romania, infine, anche Filippo fa parte della Viceprovincia e vive con due cappuccini rumeni. La loro missionarietà è rivolta soprattutto ai ragazzi e ai giovani, che hanno
bisogno di essere recuperati dalla vita di strada, senza valori e senza punti di riferimento, né umani, né sociali, né religiosi.
A noi sembra straordinaria la capacità di questi nostri missionari di adattarsi ai vari contesti per annunciare ovunque il vangelo del Signore con stile francescano. A
nome nostro essi portano prima evangelizzazione in Dawro Konta, presenza e cultura cristiana in Turchia, pastorale e catechesi in Centrafrica, formazione umana e religiosa in Etiopia, assistenza agli immigrati in Sudafrica,
recupero dei ragazzi in Romania.
Tra i suggerimenti proposti per aggiornare le nostre Costituzioni cappuccine, nel capitolo XII che tratta della nostra missionarietà, figura anche quello di "cercare di
entrare in rispettoso dialogo prima di tutto con le altre Chiese, poi con le religioni non cristiane e infine con le altre culture, per scoprire i valori comuni, che rivelano la presenza di Dio e che possono essere le premesse
del rispetto vicendevole e dell'annuncio del Vangelo".
Tramite MC, i Cappuccini dell'Emilia-Romagna ringraziano i benefattori, i collaboratori e soprattutto loro, i tanti nostri missionari nel mondo, di cui ci sentiamo
orgogliosi.
Centrafrica: Il cuore del continente nero
Damiano Bonori Missionario in Centrafrica dal 1966 intervistato da Severina Oleari – collaboratrice dell'Animazione Missionaria
In cammino verso l'autonomia
Padre Damiano Bonori, nato a Bologna il 26 agosto 1938, parte per il Centrafrica nel 1966, insieme ad altri cinque giovani padri cappuccini e in quel paese si trova
tuttora per continuare il suo più che quarantennale servizio.
Quale era la situazione sociale e economica che avete trovato al vostro arrivo in Centrafrica?
La situazione che trovammo al nostro arrivo era decisamente migliore di quella attuale. Grazie ai francesi presenti sul territorio, vi era una valida struttura per
quanto riguardava l'agricoltura, la produzione del cotone, gli ospedali e la scuola. Era al potere Bokassa, che governava in modo severo e rigido: ogni giorno tutti gli uomini validi, con la sola esclusione di vecchi e bambini,
dovevano per forza recarsi nei campi a lavorare, senza alcuna eccezione. Se qualcuno cercava di sottrarsi, si vedeva prelevare dalle guardie che lo mettevano in prigione.
Era un regime molto duro, difficile da accettare per la mentalità occidentale, ma Bokassa riteneva che con il suo popolo occorresse il pugno di ferro per far funzionare
l'agricoltura e l'economia; la benintenzionata comprensione degli europei si rivelava inutile se non, spesso, controproducente.
Quale fu, in seguito, l'evoluzione del sistema che portò allo stato di cose attuale?
Dopo la partenza dei francesi e le note vicende che portarono alla caduta e alla fuga in Francia di Bokassa, le cose degenerarono rapidamente. Le infrastrutture create
dai francesi - fabbriche, cotonifici, aziende agricole - vennero abbandonate, depredate, distrutte. Per meglio capire gli eventi, occorre tenere presente com'è strutturata la società: basata sul clan. Per il bambino non ci
sono papà e mamma, il nucleo famigliare su cui si basa la società occidentale; c'è invece il clan: una struttura di più famiglie legata da vincoli di parentela a cui ognuno dei componenti è vincolato e da cui è protetto. Questi
clan sono spesso rivali e in lotta tra loro da tempi ancestrali e, dopo la caduta di Bokassa, si armarono con tutto ciò che riuscirono a trovare e cominciarono una guerra tribale di tutti contro tutti, che continua tuttora. Le
conseguenze di questo conflitto sono tragicamente evidenti: sparizioni, morti, povertà, villaggi depredati e distrutti, anche più volte, da clan diversi in lotta tra loro.
Di cosa vive, attualmente, la popolazione Centrafricana?
Le fabbriche e le industrie sono pochissime e poco funzionanti. La gente vive essenzialmente di quello che coltiva direttamente nella terra data in concessione dal
governo. Una delle produzioni principali è la manioca, il cibo più usato perché gradevole di sapore e in grado di dare un piacevole senso di sazietà, ma poverissimo dal punto di vista nutrizionale. Ci sono poi il miglio,
utilizzato per fare una specie di polenta, alcuni altri cereali, un po' di frutta, quello che riescono a procurarsi con la caccia e, ove possibile, la pesca. Il tentativo di creare piccole serre per la produzione di frutta,
ricca di vitamine e sali minerali, è fallito per il carattere individualista del centrafricano, che preferisce continuare a coltivare il proprio pezzetto di terra con l'aiuto delle
mogli e dei figli. Si può dire che nelle campagne si vive in modo essenziale e primitivo, come agli inizi dei tempi. Io sono convinto che non si riuscirà ad avere un risultato apprezzabile finché la popolazione non farà propria
l'esigenza di una vita migliore, costruendo con senso di responsabilità quelle strutture per un'esistenza più vivibile, sentendole come proprie e non come qualcosa di regalato dagli europei, da prendere, sfruttare e gettare via.
Riguardo al lavoro dei campi Lei ha parlato di mogli, al plurale. C'è dunque la poligamia?
Sì, questo è un dato di fatto, la poligamia esiste. Nei ceti più benestanti è come uno status symbol che prova il benessere e le possibilità economiche. Nei ceti
più poveri, fra i contadini, chi può permetterselo prende più mogli per avere più aiuto nei campi. La donna è vista essenzialmente come uno strumento per fare figli e come una forza lavoro, senza alcun diritto né autonomia. La
cosa più triste è vedere la rassegnazione senza speranza di queste donne.
Questo accade anche tra le persone più giovani o qualcosa sta cambiando?
Tra i più giovani forse qualcosa si sta muovendo. Io ho insegnato per vent'anni al liceo, dalle prime classi all'ultima che porta al baccalaureato, e parlavo spesso
alle ragazze del loro diritto alla propria dignità personale e alla propria scelta di vita. Qualcosa si muove, ma la strada è ancora molto lunga perché il potere del clan sull'individuo e, in particolare, sulla donna è molto
forte. Questa esperienza nella scuola è stata molto importante per me: lavoravamo in estrema povertà, studiando e confrontandoci sulla Bibbia, ma devo dire che i giovani non mi sono mai venuti meno, né mi hanno deluso. Si sono
creati, con molti, legami forti e duraturi. Tanti ancora mi scrivono e si tengono in contatto con me. Sì, è stata un'esperienza forte e positiva.
Oltre all'insegnamento, quali sono state le iniziative a cui maggiormente si è dedicato in questi quarant'anni?
Noi siamo andati in Centrafrica per portare la Parola di Dio. Il territorio che ci è stato assegnato è grande circa quanto l'Emilia-Romagna. È un territorio vastissimo,
disseminato di piccolissimi villaggi di capanne, quasi privo di strade che si possano definire tali. Una delle prime esigenze è stata la formazione di catechisti preparati, che possano assolvere il compito di leggere e
spiegare le letture nei posti dove solo raramente i sacerdoti possono andare più di qualche volta all'anno. A Gofo, dove mi trovo, è sorto a questo scopo il Villaggio Ghirlandina, che accoglie, in alloggi confortevoli, i
catechisti con le loro famiglie per un totale di 160-170 persone. Nel villaggio ci sono un asilo e una scuola per i figli dei catechisti, aperta anche ai bambini dei dintorni. C'è un dispensario medico, cui fa ricorso tutta
la popolazione dei dintorni. Il dispensario è presente in tutte le nostre missioni e anche in diversi villaggi per alcuni giorni della settimana. I malati spesso affrontano giorni interi di cammino per arrivarci e ricevere le
cure necessarie, dato che le medicine hanno prezzi proibitivi per la popolazione. Abbiamo anche un'officina, per la riparazione degli attrezzi agricoli e di quanto serve alla vita della comunità. Intorno ci sono i campi e gli
orti da cui otteniamo buona parte di quanto ci serve per il nostro sostentamento.
I catechisti che voi seguite da dove vengono e che percorso fanno?
Vengono dai villaggi dei dintorni e ne accogliamo più di una ventina per volta con le loro famiglie. Il loro percorso dura in totale tre anni. Ogni anno rimangono con
noi per nove mesi, corrispondenti, circa, al periodo delle piogge, poi tornano nei loro villaggi per cercare di mettere in pratica quanto hanno imparato. Il lavoro che devono affrontare con noi è abbastanza duro, con tempi
stabiliti per la preghiera, l'apprendimento, lo studio e il lavoro. Quando arrivano dai villaggi, abituati ad una vita libera e senza orari prestabiliti, hanno qualche difficoltà. Alcuni non ce la fanno e rinunciano, ma la
maggior parte termina il percorso di tre anni ed è pronto ad andare nei villaggi della campagna per diffondere il Vangelo. Il loro compito è quello di essere avamposto della Chiesa nei luoghi più sperduti, in modo da coprire il
più possibile il territorio.
Quale è la diffusione della Chiesa in Centrafrica? E quanti sono i sacerdoti locali?
Al momento del nostro arrivo, la Chiesa era già presente sul territorio, seppure in misura estremamente ridotta per quanto riguarda il clero: un vescovo e pochi
sacerdoti. Ora siamo arrivati a dodici sacerdoti nella nostra diocesi; ci sono vescovi centrafricani, sacerdoti diocesani e sacerdoti religiosi. Come struttura ecclesiale potrebbero essere autosufficienti. Il punto fondamentale
ora è che questo clero locale deve arrivare a incarnare la realtà della Chiesa senza l'aiuto e il supporto degli europei. Il centrafricano deve imparare a riappropriarsi della propria vita, a capire che quanto fa è una
risposta ai propri bisogni, una realtà che gli appartiene. Questo è qualcosa che non possiamo fare noi al loro posto e che vale in tutti i campi, dall'agricoltura alle scuole, dalla sanità alla gestione delle risorse comuni,
sino, soprattutto, alla Chiesa.
In tutti questi anni avete avuto rapporti e aiuti dai gruppi missionari dei cappuccini dell'Emilia-Romagna?
Fin dall'inizio e nell'arco del tempo c'è stata una stretta collaborazione con i Centri Missionari Cappuccini dell'Emilia-Romagna. Aiuti concreti, come i containers
pieni di materiali e medicine preziose, e aiuti ancora più importanti rappresentati dai volontari, più di trenta, che sono venuti e vengono a vivere con noi e a prestare il loro lavoro nei dispensari, nelle scuole, negli asili
e ovunque ci sia necessità.
Che cosa consiglia ai giovani interessati a fare un'esperienza di volontariato in Centrafrica?
Prima di tutto chiarisco che noi accettiamo volontari per un periodo di almeno due anni. Se qualcuno vuole venire per un breve periodo, per rendersi conto della realtà
locale, vedere la situazione e le necessità, ben venga. Per un lavoro di volontariato, però, si esige un tempo di un paio d'anni: questo per dare una continuità al servizio. A chi è interessato premetto che è necessario, prima
della partenza, un periodo di vita di comunità missionaria, presso un Centro Missionario cappuccino e successivo beneplacito del responsabile delle Missioni. Ci sono anche alcune considerazioni, irrinunciabili, da tenere
presenti. Chi vuole venire in Centrafrica deve essere in buona salute, non avere problemi in famiglia o sul lavoro che potrebbero interrompere la sua missione. Un altro punto che mi sembra di dover sottolineare è questo: non si
deve venire in Africa per sfuggire ai propri problemi affettivi o morali. Chi ha subìto una perdita, un dolore, una morte, chi è in crisi esistenziale e spera, partendo, di dare una svolta alla propria vita, è meglio che
rinunci. In Africa non troverà nulla di quello a cui è abituato e di cui forse ha bisogno. In Africa c'è solo una vita di comunità fraterna missionaria e tanta gente che ha bisogno di aiuto e attenzione. In questo periodo è
difficile trovare volontari disponibili, a causa delle difficili condizioni politiche. Noi però siamo qui, ed accoglieremo a braccia aperte chi vorrà venire a condividere la nostra esperienza.
Antonino Serventini Missionario in Centrafrica dal 1988
La giungla nella quale voglio addentrarmi
Un convento tira l'altro
Vedo che le domande di MC sono dirette di preferenza a conoscere la persona del missionario e la sua storia; capisco che occorre franchezza da parte mia. Cercherò di
rispondere semplicemente in verità.
Perché sono partito missionario? Perché il Signore mi ha chiamato da piccolo. Quando sono partito? A trentanove anni! C'è poco da ridere: è così! E vi spiego il perché.
Da piccolo mia madre Gina, in campagna, dopo la potatura delle vigne, mi diceva: Tira su quegli stecchi. Ma io non ne avevo voglia. Lei insisteva, esigeva e comandava. Ed io: Oh... arriverà bene il tempo in cui andrò
nella giungla! Ma non sapevo quel che dicevo. Infatti, per me la giungla rappresentava solo l'avventura, la fuga dalla triste realtà di dover raccogliere stecchi, comandato a bacchetta. Tutto lì. Questo è vero.
Devo però dire tutta la verità. Già da piccolo, più in profondità nel mio cuore, c'era il desiderio e la voglia di diventare sacerdote, come il mio parroco don
Eustachio, e di diventare santo come il mio papà Giuseppe, il campanaro e il sacrestano di Villabianca, dove sono nato.
Di lì a poco - avevo dieci anni - ho lasciato i miei due fratelli Federico e Arcangelo, ho lasciato Villabianca e sono entrato in seminario a Vignola, a otto
chilometri, lontano dalle vigne. Così ho felicemente smesso di raccogliere stecchi. Ma ne son passati di anni prima che potessi veder la giungla. Scandiano, San Martino in Rio, Piacenza, Cesena: finalmente frate cappuccino nel
1965. Poi Lugo di Romagna, Reggio Emilia, Bologna: finalmente sacerdote nel 1973.
E ora - mi sono detto - parto. Chiedo a padre Silvio, Ministro provinciale, di poter andare missionario in Centrafrica. No - mi risponde - prima
di fare il missionario, devi "fare dei missionari". Vai in seminario, tra i ragazzi delle medie. E la serie dei conventi ricomincia: Scandiano, Roma, Scandiano, Parma, Scandiano, Fidenza, Salsomaggiore: fino al 1987.
Gli anni passano, e quel che è buffo è che di missionari ne ho "fatti" solo due: frate Antonio Triani e Filippo Aliani, uno partito prima di me per il Centrafrica, e uno dopo di me per la Romania.
Un bel giorno padre Oriano Granella, Ministro provinciale dopo Silvio, mi prospetta l'eventualità che io diventi Definitore provinciale, cioè Consigliere.
- No - rispondo - non è per me; io voglio andar in Africa.
- Tu dici sempre che vuoi andare in Africa, ribatte, ma poi cincischi, cincischi, e sei sempre qui in Italia!
- Beh, cosa occorre per andarci?, riprendo.
- È semplice: una domanda scritta.
- Ok, allora la faccio.
E dopo due giorni ho steso la domanda e gliel'ho portata. Mi ha detto di sì. E sono partito: 23 febbraio 1988. Avevo trentanove anni.
Crescere facendo crescere
Sono sempre stato in mezzo ai giovani. Premetto che considero attività missionaria anche i quindici anni di servizio svolto in Italia, quando prima di far il
missionario ho cercato di "far dei missionari". Per questo, ordinato nel '73, ho lavorato tra i ragazzi e i giovani, a partire da Scandiano fino al periodo di Fidenza, Salsomaggiore, mettendoci anima, corpo e cuore.
In Seminario minore, come assistente e poi direttore; a Parma, come vice di padre Raimondo Bardelli, nel Centro Vocazioni Adulte; e poi a Fidenza, come direttore del
Postulato, in coppia col mio caro Oscar Pellesi.
E poi ho partecipato anche a missioni al popolo, questo tipo di predicazione intensa, in varie città d'Italia: Carpi, Cesena, Pisa, Reggio Emilia, sempre come inviato speciale tra
giovani e ragazzi.
Perciò trovo continuità tra ciò che ho svolto in Italia e ciò che ho fatto qui: catechesi, formazione, predicazione. Trovo continuità di metodo tra il catechismo che
impartivo ai ragazzini della parrocchia di S. Giuseppe a Bologna, fino a quelli di S. Antonio a Salsomaggiore e la formazione dei catechisti a Gofo, fino all'accompagnamento dei giovani aspiranti, qui a Bimbo, un quartiere
della capitale Bangui.
Trovo continuità di crescita fra le missioni al popolo in Italia e la missione ad gentes nei piccoli villaggi della savana, che in Centrafrica chiamano brousse, attorno
a Gofo. Trovo continuità di avvio e progresso nella direzione spirituale ai giovani in Italia fino all'accompagnamento spirituale dei giovani per il discernimento della giusta riuscita della loro vita, qui nella capitale
centrafricana.
Allora quali attività missionarie ho fatto in precedenza? Il primo impegno, da febbraio a settembre '88, è stato il dono della lingua sango: imparare bene la lingua
locale alla scuola di frate Damiano Bonori, a Batangofo; e per sette mesi sono stato con lui e frate Giuliano Messina, in stretta collaborazione, nella pastorale parrocchiale.
Poi mi è stato chiesto di collaborare nella formazione dei frati cappuccini. Ho accettato: sono "salito" al nord, in Ciad, a Mouridou, fraternità St. Fidel. Ma per
poco. Sono rientrato a Batangofo, confuso e contuso, dopo soli tre mesi, alla fine di dicembre. Nel gennaio seguente, dopo il capitolo dei missionari, sono stato affidato alla fraternità di Gofo, al villaggio Ghirlandina, coi
frati Bruno, Giancarlo, Antonio, Nabuto. Lì ci sono rimasto sei anni, come vice-direttore e poi direttore della scuola dei catechisti. E mi è piaciuto tanto. Mi furono affidate anche cinque o sei cappelle di savana, dove mi
recavo per il servizio domenicale, e la formazione dei catechisti nelle rispettive comunità.
Come sto? Questa è una domanda molto delicata e provoca una risposta molto laboriosa. Mi è un po' difficile esternare il mio vissuto, ma è bene essere franco. I
quindici, meglio i trent'anni di formazione mia personale in Italia (1958-1988) sono stati tutti contrassegnati da un desiderio: il desiderio di essere santo come mio papà Giuseppe. E per me diventare santo significava essere
come san Francesco, vivere come lui, povero come lui, nella stessa forma.
Quindi la mia tensione mi portava a privilegiare le strutture povere, le cose povere, i "luoghetti" di preghiera isolati, a vagheggiare gli eremi e caso mai una riforma
da "piccola casetta fatta di frasche". Venire dunque in Centrafrica appariva agli occhi miei come la maniera di vivere finalmente la vita francescana povera, essere come san Francesco, in case povere, senza niente, predicando
al popolo, e andando di villaggio in villaggio nella savana. Ecco - mi sono detto - la vita povera, strutturata come quella di san Francesco. E sono partito all'arrembaggio.
Ma la realtà non fu così. Poiché la realtà non era così, fuori di me e dentro di me. La prima esperienza "dura" fu Mouridou, St. Fidel. La casa: che bella piccola
struttura! Semplice, essenziale, niente che non fosse necessario. Mi sentivo un piccolo Abramo, partito per un'altra terra, tra frati che non conoscevo prima e venuti da ogni parte: Francia, Canada, Ciad, Centrafrica; e io
dall'Italia. Volti, culture, linguaggi, ritmi, caldo, sterminata pianura, sabbia.
Deserto fuori. Deserto dentro. Non potevo reggere. E non ressi. La nostalgia, la paura, la solitudine, l'inesperienza rivelarono il vuoto. Misero a nudo la mia
inconsistenza. Il sogno francescano svanì. Si trattava di ridimensionare i sogni e di coniugare l'ideale con la mia realtà vera, portando i pesi che potevo portare. E dal Ciad sono "ridisceso" in Centrafrica.
Gofo era alla mia portata reale, possibile per il momento. La struttura non era quella dell'"eremo" ciadiano. Ma il clima era italiano. E ho tenuto bene, lavorando con
passione per sei anni. La missione si rivelò formazione continua. Formazione alla realtà, alla mia realtà. Non ero san Francesco. Ero fra Antonino. E purtroppo non ero neanche fra Antonino, perché... non ero Antonino. Mi spiego
meglio se riprendo la cronaca.
Dal 1995, dopo i sei anni di Gofo, sono venuto a Bimbo, nella capitale, e mi sono dedicato ai giovani aspiranti alla nostra vita di frati cappuccini. Ho iniziato un
gruppo di preghiera padre Pio che si chiama "A l'Ecole de la Vie" (Alla scuola della vita): incontri settimanali in gruppo, incontri individuali su appuntamento sono stati i due assi portanti di quella formazione che ha dato
frutti belli. Molti giovani di Bangui sono entrati in vari seminari e nel nostro Postulato dei cappuccini. Questo periodo è stato bello per me, perché continuavo a cercare il modo migliore di vivere la mia vita di frate e di
insegnarla ai giovani, che la ricercavano.
Dopo un anno di sosta in Italia, nel 2001, sono rientrato in Centrafrica come guardiano della fraternità del Post-noviziato. Trenta frati. Tanto lavoro. Troppo. Ancora
si rivelò che fra Antonino non poteva tenere perché fra Antonino non teneva conto della crescita di Antonino. Fra Antonino sarebbe stato frate minore solo se rispettava la sua semplicità e la sua piccolezza, i suoi ritmi e le
sue esigenze, senza strafare e senza pretendere di essere il formatore, il riformatore, il salvatore.
Allora, come sto? Sto bene, progressivamente bene. Ora sono ancora qui a Bimbo dal 2004 e faccio un lavoro duplice: lavoro su di me per diventare bimbo e lavoro tra i
giovani, accompagnandoli a ritrovare la loro persona, a riconoscersi, ad apprezzare i doni che hanno, ad aprirsi alla vita. Così Gesù Cristo si incarnerà in loro, con l'aiuto di Maria, vita, dolcezza e speranza loro e nostra.
Nuova prospettiva
Come vedo la situazione del Centrafrica? Rispondo partendo dalla situazione reale di questi giovani in cerca d'identità e di autenticità. Tanti giovani vengono a
chiedere lavoro avventizio da noi frati. Perché? Perché i loro genitori non hanno i soldi per fornire loro libri e quaderni. E i genitori non sono pagati da mesi, e molti di loro continuano a lavorare "gratis" negli uffici da
mesi. Nei villaggi i giovani spesso non vanno a scuola perché dei ribelli, banditi di strada, li fanno sfollare. I giovani non hanno istruzione: la scuola ha fallito in gran parte; e la Chiesa è corsa ai ripari, invitando
Ordini e Congregazioni maschili e femminili a fondar scuole e collegi. Ora ci sono molte di queste scuole, ma ci vorranno molti anni prima di riprendere quota. E ciò significa che ci vorranno molti anni prima che lo Stato possa
formare appieno e indipendentemente i futuri dirigenti del paese. Per ora i dirigenti sono stati e continuano ad essere formati in altri paesi ed in altre nazioni.
La Chiesa e l'Ordine cappuccino continuano ad avere fiducia in questi giovani, formandoli qui in Centrafrica e Ciad. Sono queste le nostre forze, non altre. C'è una
nuova prospettiva: pur avendo bisogno di inviare molti giovani a formarsi all'estero, la Chiesa e l'Ordine cominciano a sensibilizzare i membri delle comunità per una presa in carico ed un risveglio di responsabilità personale
che permetta l'autogestione.
È qui che vedo ben inserito il mio piccolo servizio fra i giovani. Partendo dalla mia esperienza personale ventennale in Ciad e Centrafrica, vedo che è questa la vera
giungla nella quale mi addentro e voglio addentrarmi: il cuore di ogni giovane, perché lui possa ritrovare la sua propria persona,.diventando protagonista del suo sviluppo e del suo progresso.
Antonio Triani Missionario, sacerdote e medico, in Centrafrica dal 1986
Curando il corpo e lo spirito
La strada verso la missione
Fin dall'adolescenza, quando facevo parte dell'Azione Cattolica, ho sentito vivo dentro di me il problema della povertà del Terzo Mondo, soprattutto dei bambini privi
di cibo. Per questo, con altri ragazzi raccoglievamo carta, metalli, materiale di scarto per ricavarne denaro per le Missioni. Allo stesso scopo facevo anche modeste offerte personali in denaro. Nel frattempo ebbi modo di
conoscere alcuni missionari come padre Daniele che è poi morto tragicamente a Batangafo.
Durante gli studi di medicina, questo interesse si è mantenuto vivo e così, dopo la laurea, mi sono chiesto quale obiettivo dare alla mia vita. Mi sembrava che il modo
per rispondere meglio all'amore di Dio fosse divenire missionario. Sono così entrato in convento per studiare teologia, continuando l'esercizio della medicina. Un anno dopo l'ordinazione sacerdotale sono infine partito, nel
1986, per la Repubblica Centrafricana.
All'inizio sono stato accolto a Gofo, sede del villaggio per la formazione dei catechisti, dove si trova anche un dispensario, al tempo gestito da una suora infermiera.
Lì aiutavo i frati nella loro attività di animazione nelle comunità della savana. La lingua locale, il sango, imparata dopo alcuni mesi, facilitava il rapporto con la gente. Per approfondire l'esperienza nel campo delle
malattie tropicali mi sono recato per un certo periodo a Bocaranga, ove esercitava il confratello padre Luca come responsabile dell'ospedale locale.
Al ritorno, dopo aver ottenuto l'iscrizione al locale Ordine dei medici, iniziai ad occuparmi degli ammalati. Sono stato per sette anni aiuto parroco a Batangafo mentre
il lavoro come medico aumentava, dopo la costruzione di un nuovo dispensario a Ouogo, creato allo scopo di curare la popolazione indigena. L'inaugurazione si è svolta con una solenne cerimonia alla presenza delle autorità
religiose e civili nel 1992.
Il polso della situazione
Attualmente risiedo a Gofo e sono superiore locale della fraternità. Seguo otto comunità cristiane della savana. Si tratta di chiese ove lavorano i catechisti formati
da noi. Il numero di battezzati è di circa un centinaio e il missionario si reca nelle chiese la domenica per le celebrazioni. In questi ultimi tempi, vista la presenza in zona di gruppi armati ribelli, la strada, già
degradata, è ancor più in stato di abbandono (ponti rotti, buche, alberi caduti). Continuo il lavoro sanitario come responsabile dei due dispensari con l'aiuto di una suora infermiera e di personale locale. Non è mancato in
passato un valido contributo dei missionari laici. Vista la situazione di insicurezza e di precarietà attuale, continuano le attività già avviate senza che ne vengano intraprese delle nuove.
Purtroppo le violenze della guerra e del periodo post-bellico non hanno favorito lo sviluppo del Paese, aggravando la miseria di tanti e determinando l'intervento di
organismi internazionali come la Croce Rossa, i Medici Senza Frontiere, la Caritas ed altri. Speriamo si instauri un dialogo costruttivo per ricondurre le cose alla normalità.
Sono più ottimista per il futuro della Chiesa e dell'Ordine: la figura di Gesù esercita un fascino indiscutibile soprattutto tra la gente semplice. Molti chiedono di
essere accolti nella comunità ecclesiale, vista con rispetto e simpatia. Il desiderio di adesione al vangelo tuttavia è difficile da attuare nella vita di tutti i giorni. In ogni caso, mentre i primi missionari richiedevano per
il battesimo la volontà esplicita di aderire a Cristo, senza insistere troppo su una lunga preparazione, ora si cerca di favorirla con alcuni anni di catecumenato.
Anche l'Ordine sta iniziando a svilupparsi: già diversi frati hanno fatto la professione ed il futuro di questo paese è nelle loro mani.
Cesare Clerici Missionario in Centrafrica dal 1966
Dove la vita è semplice
Fissate alcune date emblematiche
Nell'ottobre del 1950, entrando nel convento dei cappuccini di Pontremoli, guardai sul frontale della porta e lessi "Collegio Missionario Cappuccini". Nel 1964, il
primo vescovo di Bossangoa nella Repubblica Centrafricana, Leon Chambon, venne a Reggio Emilia a chiedere aiuti per la sua diocesi e ci ordinò suddiaconi: eravamo in otto. In quell'occasione partirono i primi 5 missionari e
l'anno successivo ne partirono altri due (Callisto e Stefano).
Ordinati poi diaconi, in cinque su otto facemmo domanda di andare missionari in Centrafrica. La domanda fu accolta e nel 1965, ordinati sacerdoti, ci inviarono in
Francia ad imparare la lingua. Nell'agosto del 1966, con Renato Peri, un missionario laico, salpammo da Genova con una nave di bandiera ganese e, dopo 40 giorni di navigazione, il 22 settembre, alle ore 12,30 siamo arrivati a
Batangafo, accolti con gioia dal Ministro provinciale in visita e dai confratelli.
Fui destinato alla stazione missionaria di Bouca, 300 chilometri a Nord della capitale Bangui. Con padre Callisto, abbiamo scelto l'apostolato itinerante. Si trattava
di percorrere le diverse piste della savana, visitando le comunità cristiane, incontrando i catechisti, amministrando i sacramenti. Le piste avevano la lunghezza di 360 chilometri e le comunità cristiane erano settanta. Ho
svolto questo apostolato per 15 anni.
Nel 1980 abbiamo ceduto la parrocchia di Bouca al clero diocesano e io sono stato trasferito a Kabo come parroco per altri 15 anni. Qui ho potuto costruire una nuova
chiesa, con l'aiuto dei confratelli e della Provincia. Chiusa la stazione missionaria di Kabo nel 1995, sono passato alla stazione di Batangafo per cinque anni, con catechesi e battesimi nella savana.
Da 2000 al 2001 ho passato un anno a Bimbo e dal 2001 sono nella stazione missionaria di Gofo, dove abbiamo un Centro agricolo e la Scuola per catechisti. Il mio lavoro
a Gofo consiste nell'insegnamento ai catechisti, nell'apostolato nella savana, nell'agricoltura e nei lavori meccanici.
Fortunatamente ho ancora salute e ringrazio il Signore per ogni giorno in più che mi dà di vita missionaria. La vita in Centrafrica è più semplice e naturale rispetto
all'Italia: la società è meno corrotta. Non esistono stupro, omosessualità, pederastia. Purtroppo, nelle grandi città sta entrando la droga.
Le celebrazioni liturgiche sono più vive rispetto a quelle in Italia; c'è maggiore partecipazione ai sacramenti; intensa è la vita dei gruppi giovanili, con incontri,
conferenze, feste. Il clero locale non sempre dà buona testimonianza, ma la gente non ne è troppo scandalizzata.
Per quanto riguarda i cappuccini, le vocazioni sono numerose - l'Africa è al terzo posto dopo l'Asia e l'America Latina - e per il momento si registra una buona
qualità: speriamo che duri.
Antonios Alberto Missionario in Centrafrica dal 2003
La rigenerazione ai tropici
Eccomi
Il motivo della mia partenza come missionario in Centrafrica è particolare. Io non ho chiesto a nessuno di andare in missione, ma in febbraio 2003 ho ricevuto una
lettera da parte del Ministro generale dell'epoca, John Corriveau, con cui mi domandava di vivere e lavorare nella Vice-Provincia di Ciad e Repubblica Centrafricana come missionario. Sono partito dall'Etiopia per il Centrafrica
il 18 luglio 2003.
Io non avevo mai svolto attività pastorale fuori del mio paese. Ho iniziato la mia esperienza missionaria nel Centrafrica. In Etiopia avevo svolto servizi nel Vicariato
Apostolico di Harar come coordinatore diocesano tra il 1987 e il 1990; in Addis Abeba come direttore degli studenti cappuccini di filosofia e teologia tra il 1993 e il 1994; come professore di Storia della Chiesa nell'Istituto
cappuccino-francescano di filosofia e teologia e come parroco della parrocchia di San Francesco tra il 1997 e il 2001; come presidente nazionale dell'Associazione del Clero Nazionale Etiopico tra il 1998 e il 2002; a Dessié
come guardiano e direttore della scuola secondaria tra il 2001 e il 2003.
Dal 1990 al 1997 ero stato a Roma, nel Collegio internazionale San Lorenzo da Brindisi, a studiare storia della Chiesa all'Università Gregoriana, dove ho conseguito il
dottorato nel 1997.
In Centrafrica mi trovo abbastanza bene: c'è solo il clima tropicale che mi crea qualche disagio. Il mio lavoro principale qui è quello di professore di storia della
Chiesa e di patrologia al Seminario Maggiore Nazionale San Marco di Bimbo. Collaboro anche alle attività pastorali della nostra chiesetta di Bimbo.
Eccoci
Per quanto riguarda la società, nonostante le ricchezze naturali, attualmente la Repubblica Centroafricana è uno dei paesi più poveri del mondo. Insieme alla povertà,
il tribalismo è uno dei mali sociali più diffusi nel Paese. Garantisce un po' l'unità nazionale il sango, che è la lingua parlata in tutto il Paese.
La chiesa cattolica è abbastanza diffusa in Centrafrica. Ci sono nove diocesi, per una popolazione di circa quattro milioni di persone, con tre vescovi diocesani
locali, un vescovo spiritano, due vescovi cappuccini, due vescovi comboniani e un vescovo salesiano.
Per la formazione del clero locale, i vescovi fanno sforzi lodevoli al fine di assicurare un futuro al clero locale, grazie al Seminario Maggiore Nazionale San Marco di
Bimbo, che ha celebrato il suo venticinquesimo anniversario di fondazione nel 2007. Fortunatamente, ci sono tante vocazioni.
Dal punto di vista economico, la Chiesa locale dipende ancora molto dall'assistenza dell'occidente ed è in una situazione assai precaria. Comunque, i vescovi hanno
cominciato a sensibilizzare i fedeli e il clero affinché compiano i primi passi verso l'auspicabile auto-sufficienza della loro Chiesa .
I cappuccini di Tolosa, che erano già missionari in Etiopia, arrivarono a Berberati in RCA il primo marzo 1937. La Vice-Provincia di Ciad/RCA è stata eretta nel
1997, dopo sessanta anni dall'arrivo dei primi cappuccini nel paese. La Vice-Provincia ha trentatré studenti di filosofia e teologia nella casa di formazione iniziale di Saint-Laurent di Bouar.
Ci sono alcuni novizi a Ndim, come ci sono più di dieci postulanti nel postulandato di Ghore. Nel Seminario Minore della Yole/Bouar ci sono più di cinquanta
seminaristi. Dal punto di vista dell'incremento dell'Ordine cappuccino, quindi, ci sono chiari segni d'un futuro promettente. Economicamente, però, questa Vice-Provincia dipende totalmente dalle cosiddette Province-Madri, e
questo rende il futuro un po' incerto!
Giancarlo Anceschi Missionario in Centrafrica dal 1966
Il frate meccanico
I rischi del mestiere
Giancarlo Anceschi è partito per il Centrafrica nel 1966. Faceva parte del secondo gruppo di missionari arrivati nella diocesi di Bossangoa, in aiuto ai cappuccini
francesi delle allora Province della Savoia e di Lyon. L'apertura della missione in Centrafrica aveva suscitato grande entusiasmo tra i Cappuccini dell'Emilia soprattutto fra i giovani. Infatti, del gruppo di otto ordinati nel
1965 ben 5 sono partiti missionari. Giancarlo era tra questi. Destinato alla stazione di Batangafo, ha svolto un servizio particolare a tutta la missione: si è occupato fin dall'inizio del garage e per oltre 30 anni ha
riparato le vetture. Tenendo conto delle strade dissestate e della imperizia di alcuni missionari, si può immaginare la mole di lavoro che ha svolto. Si era attrezzato perfino di un tornio per la fabbricazione dei pezzi di
ricambio.
Ma non si occupava solo del garage. Seguiva i cristiani di vari villaggi della savana che visitava regolarmente, portando, assieme alla parola di Dio, medicine e
materiale per la costruzione di scuole e cappelle. Dopo la cessione di Batangafo alla diocesi, è stato trasferito a Gofo nel Centro catechistico diocesano, dove ha continuato la sua opera con lo stesso impegno al servizio del
Centro agricolo. In questo periodo ha costruito un mini-ospedale in un villaggio dell'interno, Sabo, dove due medici - il nostro Antonio Triani e uno centrafricano - prestano la loro opera ogni settimana.
Con la fondazione della nuova Viceprovincia, Giancarlo si trasferisce a Gaoundaye, vicino al confine con il Ciad, un territorio a rischio per la guerra in corso
tra ribelli ed esercito governativo. Durante la guerra, i cristiani del luogo hanno difeso i missionari dagli attacchi dei ribelli mercenari musulmani del Ciad, dimostrando così l'apprezzamento che hanno per i loro sacerdoti.
Bruno Biagi Missionario in Centrafrica dal 1973
Le eruzioni dell'agronomo
Il teorico delle vacche
Quando si parla di Bruno, balza subito alla mente l'immagine del vulcano: un'eruzione continua di idee, di progetti e di opere. Era andato in Centrafrica nel 1973
giusto per concludere un lavoretto lasciato in sospeso dall'amico e confratello Daniele: mettere in piedi una cooperativa agricola che desse agli africani il gusto e l'utile di un lavoro comunitario, sottraendoli nel contempo
alla umiliante necessità di dover dipendere dai bianchi anche per soffiarsi il naso. Fece il viaggio al seguito di un capiente container, con la necessaria attrezzatura, più qualche salame e qualche bottiglia. È rimasto al
Centro catechistico di Gofo fino al 1995. Ha prestato la sua opera come insegnante e come assistente tecnico per l'agricoltura e l'allevamento del bestiame.
Nel 1999 viene eletto superiore regolare della custodia. La sua attività pastorale al Centro catechistico è abbinata alla sua opera sociale di diffusione della
coltivazione a trazione animale. La zona di Batangafo è così diventata la zona in cui è più diffuso l'uso di carri agricoli, aratri e buoi. Questo lo si deve soprattutto alla sensibilizzazione operata da Bruno. Per questo suo
impegno, viene insignito della medaglia d'oro al merito agricolo dal Presidente della Repubblica. Attualmente è a Bouar, nel Seminario Serafico dove insegna filosofia: è laureato in lettere e filosofia alla Cattolica di Milano.
Ma la sua attenzione è rivolta all'agricoltura e all'allevamento del bestiame per rendere autonomo il seminario dal punto di vista alimentare. Durante il suo soggiorno in Italia ha fatto una specie di gemellaggio con
l'università di Ferrara per avere l'assistenza tecnica per la fecondazione artificiale delle mucche con l'intento di migliorare la razza. Il suo motto è "Meno farmacie e più vacche".
Innocenzo Vaccari Missionario in Centrafrica dal 1976
Le concause di una vocazione missionaria
Missione fai da te
Innocenzo partì per il Centrafrica nel 1976 con il concorso di due cause: la prima era costituita dagli scrupoli su Madonna povertà che lo attanagliavano dopo ogni
corso di esercizi spirituali; la seconda fu l'essere stato a contatto con tanti missionari come guardiano di San Martino in Rio. Dando loro il benvenuto e augurando loro buon viaggio, gli si stringeva il cuore, finché riuscì
finalmente a partire anche lui.
Per alcuni anni è restato a Batangafo come viceparroco. Poi, passato a Gofo, ha sostituito Giancarlo come responsabile del garage e della manutenzione della casa.
Attualmente è a Bimbo dove è incaricato della gestione del Centro di accoglienza.
Le sue doti di bricoleur lo rendono molto prezioso in una casa dove ci sono vetture, frigoriferi, pannelli solari, generatori, e dove non è facile reperire qualche artigiano preparato per le riparazioni. Non aggiusta solo cose materiali: assiste anche alcuni istituti di suore come direttore spirituale e confessore.
Norberto Munari Missionario in Centrafrica dal 1976
L'uomo della savana, tra belve e ribelli
Armato di branda e pentola
Norberto è in Centrafrica dal 1976 e svolge la sua attività missionaria con base al Villaggio catechistico di Gofo. È l'uomo della savana: segue le comunità
cristiane di un enorme territorio che si estende su centinaia di chilometri di pista. Passa di villaggio in villaggio, assistendo la popolazione abbandonata a se stessa, portando una parola di conforto e aiuti materiali.
Segue la catechesi dei catecumeni e soprattutto la formazione dei catechisti.
Trascorre la sua vita nella savana. Rientra ogni dieci/quindici giorni per rifornirsi di carburante e di un po' di viveri, e riparte per l'interno. Una branda e una
pentola sono il suo equipaggiamento. Negli ultimi tempi ha avuto brutti incontri con i ribelli che infestano il territorio. Lo hanno spogliato perfino dei sandali e della cinghia dei pantaloni. Purtroppo, nell'ultimo incontro
ha perduto anche la vettura. Ha costruito cappelle e scuole, ha procurato biciclette ai catechisti per i loro spostamenti e macchine da cucire alle loro mogli.
Norberto è davvero il missionario itinerante del Centrafrica.
Progetti missionari in Centrafrica
Progetto 1: Alfabetizzazione e istruzione (DEDUCIBILE/DETRAIBILE)
- Costruzione di scuole e fornitura di banchi.
- Salario per insegnante (€ 52 al mese).
- Un pacco di quaderni (€ 10).
Progetto 2: Animazione vocazionale e formazione (NON DEDUCIBILE/NON DETRAIBILE)
- Sussidio annuale per un giovane in ricerca vocazionale (€ 130).
- Mantenimento dei giovani frati in formazione. Borsa di studio semestrale (€ 550).
Progetto 3: Catechesi ed evangelizzazione, dialogo ecumenico e interreligioso
(NON DEDUCIBILE/NON DETRAIBILE)
- Formazione dei catechisti e delle loro famiglie in appositi centri.
- Acquisto di Bibbie, libri e materiale didattico per la catechesi.
- Costruzione e manutenzione di cappelle e altri locali nei villaggi.
- Bicicletta per catechista (€ 200).
Progetto 4: Infanzia e famiglia (DEDUCIBILE/DETRAIBILE)
- Attività del Centro per orfani di genitori morti di AIDS.
- Centro nutrizionale per bambini malnutriti.
- Mezzo kg di latte in polvere (5 €).
Progetto 5: Promozione dello sviluppo economico e occupazionale (DEDUCIBILE/DETRAIBILE)
- "Meglio una vacca che una farmacia": progetto per l'aumento della produzione di latte. Per partire è necessario acquistare mezzi meccanici per la produzione di foraggio e di mais ceroso (costo € 21.500).
- Sostegno di centri di apprendistato nei quali i giovani imparano il mestiere del falegname e del muratore.
- Stipendio mensile di un maestro (€ 52). Una cassetta di attrezzi da falegname e muratore (€ 200).
- Acquisto di aratri, carretti e altri strumenti per l'agricoltura da rivendere a prezzo fortemente scontato per favorire lo sviluppo agricolo e una produzione più abbondante di generi alimentari. Aratro in ferro € 105. Carretto € 170. Annaffiatoio € 10.
Progetto 6: Sanità ed educazione sanitaria (DEDUCIBILE/DETRAIBILE)
- Mantenimento di alcuni dispensari.
- Educazione sanitaria, rivolta soprattutto alle donne e alle mamme.
- Realizzazione, a Bouar, di un Centro per la prevenzione e cura dell'AIDS (un mattone € 20).
- Sostegno a quanti hanno necessità di interventi chirurgici o di medicine.
- Salario mensile per infermiere/a con specializzazione (€ 150).
- Carrozzina per portatore di handicap (€ 210).
- Perforazione di un pozzo (€ 12.000).
- Manutenzione annuale di un pozzo (100 €).
Progetto 7: Sostentamento dei missionari (NON DEDUCIBILE/NON DETRAIBILE)
La missione cammina con la forza dello Spirito e con l'impegno di uomini e donne disponibili a spendersi totalmente per la "fame di pane e la fame di Dio" che sale come un grido da popoli interi...
La nostra attenzione e la nostra premura non possono trascurare i missionari.
Cibo, medicine, abitazioni, automezzi e strumenti per le varie attività… sono cose per loro necessarie, consentono di vivere e di adoperarsi per la buona riuscita dei vari progetti…
E' proprio l'attenzione ai missionari che fa comprendere che, oltre all'aiuto materiale, non possono mancare quei fondamentali sostegni che sono la preghiera, la stima, l'amicizia e l'affetto.
I missionari sono disponibili ad accogliere intenzioni per la celebrazione di SANTE MESSE, che possono riguardare ogni tipo di necessità o il suffragio dei defunti. Le
prenotazioni devono pervenire ai Centri Missionari di San Martino in Rio o di Imola che si fanno garanti dell'impegno assunto.
Etiopia: L'ora del cambiamento
Maurizio Gentilini
Missionario in Centrafrica dal 1970 intervistato da Saverio Orselli – collaboratore dell'Animazione Missionaria
Frate faber, disponibile per ogni bisogno
Maurizio Gentilini è un frate cappuccino originario di Gaggio Montano e da metà degli anni '70 è missionario in Etiopia. Lo incontro in una piovosa giornata di
giugno 2007, nel convento di Imola. L'intenzione di padre Ivano, vicesegretario dell'Animazione Missionaria, di filmare la nostra chiacchierata ci porta a cercare l'ambientazione giusta - oggi si usa dire la "location" - che
troviamo sotto la pensilina che porta dalla palestra al campetto da calcio. Per i frequentatori del Campo di lavoro, lo scarico, la zona dove arrivano, tutti i giorni dell'anno, gli oggetti più svariati donati dalla gente per
il mercatino e dove fr. Vittore e i volontari iniziano a recuperare il possibile. Così, oltre allo sfondo originale, il piano d'appoggio per il mio registratore è una delle pedane carrabili appena costruite da fr. Maurizio per
i marciapiedi del chiostro dove viene allestito il mercatino. L'aria è umida e, soprattutto, densa della vernice usata per le pedane. Maurizio sembra pronto all'intervista come un condannato ai lavori forzati. Ma - ahilui
- gli tocca. Nasconde le mani alla telecamera perché sporche dell'inchiostro di alcune stampanti di recupero che stava cercando di rimettere in sesto e che, probabilmente, se non ci fosse stata l'interruzione per l'intervista,
sarebbero già in funzione.
Maurizio, raccontaci come è nata la tua vocazione missionaria
La scelta missionaria è nata quando ero ragazzo, con le modalità tipiche di quell'età: il fascino dell'avventura che suscitano con i loro racconti i missionari di
ritorno dall'India. Per l'Etiopia sono partito nel 1972, ancora studente. Ricordo che andai a vedere il lavoro che vi svolgevano i missionari, proprio per prepararmi. Come studente non potevo rimanere, ma ugualmente interruppi
gli studi per un anno e rimasi nove mesi - uno per ogni stazione missionaria - in Kambatta, la regione dell'Etiopia in cui lavoravano i cappuccini romagnoli, prima di trasferirsi nel Dawro Konta. Conobbi così quella realtà e,
tornato in Italia, decisi quale campo specifico approfondire, per poter offrire il mio aiuto. Conclusi gli studi teologici e mi preparai nel campo agricolo e meccanico, frequentando un corso di due anni di tecnica agraria al
Persolino di Faenza, in vista dello sviluppo di un progetto agricolo da realizzare nella stazione di Timbaro.
Gli studi teologici ti hanno portato al sacerdozio?
No, ho fatto la scelta di essere frate, un "frate meccanico", perché quella era la mia vocazione: celebrare l'Eucaristia era una cosa in più, molto impegnativa e non
potevo permettermela.
Questo ti rende diverso dagli altri missionari agli occhi della gente?
Ho trovato facilmente il mio posto in missione ed è un ruolo importante a sostegno dell'attività di apostolato. Tenere in ordine e ben funzionanti i mezzi con cui
potersi muovere e affrontare una realtà difficile come quella in cui viviamo è fondamentale: è un compito materiale con risvolti spirituali. Per la gente, dal primo momento, ero "abba", come tutti gli altri missionari e sarebbe
stato difficile spiegare la differenza. Quel che conta è la testimonianza di vita di ogni giorno e i frutti visibili ci sono, visto che, in questi anni, alcuni giovani hanno chiesto di entrare in seminario per diventare frati e
fare quel che faccio io, cogliendo l'aspetto del donarsi, al di là dell'essere sacerdote.
Quali sono le attività che hai svolto fino ad ora?
Ho fatto molti lavori, diversi fra loro. Quando avevamo la clinica in cui venivano operati i bambini handicappati, ho imparato in tre mesi a fare le scarpine
ortopediche, cucite e adattate ai diversi piedi e a preparare le stampelle. Esaurita quell'esperienza, col trasferimento delle operazioni in un altro centro, mi sono spostato in diverse stazioni. Per venticinque anni ho coperto
il ruolo per cui ero partito, il "direttore di scuola", dirigendo la scuola elementare e media di Ashirà, in Kambatta. In questi anni ho costruito acquedotti, realizzato impianti elettrici, edificato case, aggiustato
fuoristrada, facendo interventi anche distanti centinaia di chilometri dal luogo in cui vivevo.
Dieci anni fa i missionari cappuccini hanno lasciato, dopo venticinque anni, il Kambatta, ormai in grado di camminare con le proprie forze religiose, e si sono
trasferiti nel vicino Dawro Konta. È andata così anche per te?
Quando i miei confratelli si sono spostati nel Dawro ho vissuto con i frati locali per un paio d'anni, poi mi sono spostato a Soddo, dove è stata aperta l'officina
nella quale ho messo a frutto le mie capacità meccaniche. Soddo è sulla strada che porta al Dawro ed è diventato il punto d'appoggio per gli interventi sia della nuova missione sia della vecchia. Lì è stato aperto un importante
istituto scolastico di tipo tecnico, al quale sono iscritti un centinaio di ragazzi che seguono corsi di durata diversa, a seconda della specializzazione. Si studia falegnameria, saldatura, lavorazione dei metalli, meccanica
dei motori e carrozzeria e nell'officina sono impiegati oltre trenta operai specializzati, che operano nei laboratori e sono stipendiati. La speranza iniziale era che le entrate dell'officina potessero mantenere la scuola, ma i
costi sono tali che sarà difficile che ciò accada. Al momento seguiamo i mezzi della missione, del vescovo e della diocesi; ogni parrocchia ha i suoi veicoli - in genere fuoristrada, con continuo bisogno di manutenzione - che,
considerate le distanze, vengono messi a dura prova dai percorsi da compiere su strade dissestate. Tanti ragazzi che frequentano la scuola di Soddo, una volta finiti i corsi, si mettono in società e aprono piccoli laboratori
che, in genere, hanno fortuna, e questo non può che far piacere alla gente del posto. Bisogna pensare che trovare il lavoro qui non è per niente facile e i ragazzi che si iscrivono alle scuole, il più delle volte, si ritrovano
a spasso per il paese, sempre che non abbiano i mezzi per andare all'università. Il fatto che quelli che escono con una specializzazione trovino più facilmente lavoro è una soddisfazione. Di officine come la nostra ce ne sono
poche e sono soprattutto nelle grandi città, gestite direttamente dal governo. Anche Soddo si sta rapidamente trasformando ed espandendo: sta sorgendo la seconda università, due sono anche gli ospedali - uno privato e uno
pubblico - e l'amministrazione ha in programma di asfaltare le strade. Stiamo assistendo a un velocissimo sviluppo della città a discapito delle campagne che via via si spopolano. Anche i problemi aumentano: basti pensare che
il vescovo sta dando vita ad un "villaggio" dove accogliere i bambini di strada, abbandonati a se stessi, offrendo loro un tetto e un'istruzione che li aiuti ad affrontare la vita.
Qual è, secondo te, l'atteggiamento della gente nei confronti degli aiuti che arrivano, attraverso di voi, dall'estero?
Purtroppo, molto spesso, si ha la sensazione che considerino gli aiuti come un atto dovuto, quasi lo esigono. Noi stessi ci siamo resi conto di quanto ciò sia
deleterio, perché, finito l'aiuto, tutto torna come prima, anzi peggio. Devono trovare in se stessi la ragione per migliorare ed è per questo che è nata questa scuola: in fondo, senza istruzione non si cresce. Hanno una
mentalità diversa dalla nostra e l'aiuto materiale non sono capaci di conservarlo e, diciamo, farlo fruttare. Meglio dare un'istruzione che rimane. Mi vengono in mente quattro ragazzi che sono usciti dalla scuola di
falegnameria. Finiti gli studi, si sono messi in cooperativa ed hanno aperto un laboratorio, che, quando sono andato a trovarli, ho trovato pieno di tavoli e sedie in fase di costruzione. Meravigliato, ho chiesto loro se
fossero mobili che si preparavano a vendere o se fossero stati commissionati: loro, soddisfatti, mi hanno detto che tutto quel che vedevo era già venduto. Per me è una soddisfazione che oggi anche la scuola sia nelle mani dei
frati etiopi, perché ciò significa affrontare con coraggio il futuro.
Ogni due anni voi missionari tornate in Italia per un periodo di riposo; che effetto fa la nostra società su di voi?
Ci tengo a sottolineare che nella nostra scuola ci sono anche i computer: non siamo così arretrati. Presto arriverà anche internet e il contatto con la società
occidentale sarà più forte. Certo, in quei paesi non si vive nella fretta come qui, dove si è sempre più indaffarati, legati ad orari inflessibili, al punto che se sbagli un orario quasi hai perso la giornata. In Etiopia semmai
è il contrario e ci vorrebbe un po' più di puntualità che, anche attraverso la scuola, cerchiamo di insegnare. Una cosa che mi colpisce ogni volta che torno in Italia è il progressivo isolamento in cui vive la gente. Ci sono
vecchi abbandonati a se stessi, che addirittura muoiono nell'indifferenza di parenti e vicini. Questo, per come è sentita la famiglia, in Etiopia non sarebbe possibile. In Italia abbiamo sempre più mezzi di comunicazione e
sempre meno capacità di comunicare tra individui; là, invece, la comunità è ancora forte. Basterebbe mettere a confronto le rispettive Messe: in Italia, se dura un'ora, è quasi un dramma; in missione si arriva fino a tre ore di
celebrazione, alla quale partecipano tutti, adoperandosi per animarla, cantando, danzando e pregando.
L'eco delle tensioni interne e con la Somalia arriva anche a toccare le stazioni missionarie?
Noi siamo abbastanza distanti dalla capitale e dal confine con la Somalia. La situazione è certamente instabile e, pur non toccandoci direttamente, non può che
preoccupare. Non vengono inoltre fornite molte notizie sul reale stato delle tensioni: si sente dire che anche l'Eritrea sta inviando truppe in Somalia e, quindi, i fronti caldi aumentano. Speriamo che la situazione non
degeneri in un vero e proprio conflitto, come l'Etiopia e l'Eritrea hanno vissuto fino a poco tempo fa.
A quando il ritorno?
Ho un biglietto ridotto fissato per il 2 luglio. Vista tutta la pioggia di oggi, non vedo l'ora di tornare in Africa ad asciugarmi.
Buon viaggio, frate meccanico!
Silverio Farneti Missionario in Centrafrica dal 1972
La metafora del fiume
Un po' di dati
Sono frate Silverio Farneti, missionario dal 1959: dodici anni li ho trascorsi in India e trentasei in Etiopia. La ragione principale della mia richiesta di andare in
missione è che, essendo nato e cresciuto in Italia, non sono mai venuto in contatto con altri popoli, religioni e culture; desideravo quindi confrontarmi con realtà nuove. Negli anni Cinquanta, questa era una ragione un
po'discutibile e forse ha determinato il fatto che la mia richiesta, inoltrata nel 1956, sia stata accolta solo nel 1959. Ho lavorato in India dal 1959 al 1971 e qui, più che un sacerdote, mi sono sentito un operatore sociale.
Nel nord dell'India esistevano diverse religioni: induismo 70%, islamismo 20%, cattolici, anglicani, metodisti 5%; il restante 5% era costituito da piccoli gruppi minori. Sia l'induismo, sia l'islamismo avevano centri di
capitale importanza. Queste religioni si osservavano, si stimavano anche, ma non si scalfivano. I cristiani lavoravano nel campo sociale: educazione, sanità, sviluppo.
Nel 1964 la missione cappuccina di Lucknow aveva il personale locale - clero e laici - sufficiente per gestirsi. Di qui il graduale ritiro dei missionari in favore
della Chiesa locale. È stato un passaggio indolore e amichevole, perché ben preparato e concordato. Ricordo questa mia esperienza con grande piacere.
Ho optato per un nuovo campo di lavoro missionario in Kambatta-Hadya (Etiopia). La situazione religiosa era così costituita: cristiani-ortodossi 50%, protestanti di
denominazioni varie 20%, cattolici 2-3%, il resto era costituito da seguaci di religioni tradizionali, animisti. Qui ho riscoperto la mia identità di sacerdote. La situazione della Chiesa non era ottimale: faceva pensare alla
bella addormentata, bella appunto, ma dormiente. Anche la società civile era stagnante. Chi ha dato una scossa, in questo caso anche benefica, è stata la rivoluzione comunista.
Intervenire nel sociale
La missione del Kambatta-Hadya, dopo la breve parentesi dell'occupazione italiana, era stata riorganizzata dai Cappuccini francesi, i quali avevano lasciato comunità
piccole, ma religiosamente ben organizzate. C'era, quindi, una buona base per un rilancio in grande stile, che è poi avvenuto. Ora le comunità sono triplicate, con una ramificazione di piccoli centri, che sono punti di
riferimento per i cristiani.
Quello che mancava era l'azione sociale: non c'era una suora in tutto il Kambatta-Hadya. L'arrivo delle Suore francescane missionarie di Cristo e delle Ancelle dei
poveri ha dato la possibilità di aprire quattro cliniche mediche e vari centri di sviluppo, specialmente per le donne e i bambini. Nel campo educativo, le scuole medie attualmente sono cinque. L'apertura di innumerevoli asili
ha dato la possibilità ai bambini di accedere ben preparati alla scuola vera e propria. Uno sforzo particolare è stato fatto per risolvere il problema dell'acqua: gli acquedotti di Ashira, Jajura, Timbaro e le innumerevoli
sorgenti sanate lo testimoniano.
Il lavoro più impegnativo è stato la formazione del clero locale. Non era un obiettivo realizzabile in breve tempo: prima si è pensato alle comunità, poi alla
formazione dei catechisti, dei leader, e infine, quando le condizioni l'hanno suggerito, al clero. È stato un lavoro difficile, con successi e sconfitte, come in tutte le realizzazioni della vita per cui vale la pena di
rischiare. La missione del Kambatta-Hadya è diventata Chiesa locale soprattutto quando ha suscitato vocazioni locali.
La viabilità costituiva una delle maggiori difficoltà negli anni Settanta, quindi la missione è entrata anche in questo campo di lavoro. La più importante realizzazione
è stata la strada Hosanna-Ghimbicchiù, lunga trentacinque chilometri con otto ponti e cinquanta condotte di scolo, più molte piste di minore importanza. Ho ricordato tutte queste realizzazioni non per appropriarmi di meriti
speciali, ma, siccome nei primi sei anni della missione ero superiore e per vent' anni sono stato responsabile dello sviluppo, mi sono trovato direttamente chiamato in causa.
Fino al lago Turkana
L'Etiopia sta vivendo un periodo molto complesso e difficile. La società, pressata da molti stimoli, che prima non percepiva per mancanza di comunicazioni e mass media,
sta passando dalla cultura agricola a quella computerizzata Questo salto culturale lo sta pagando con una crisi di identità, in quanto la società locale è affascinata da quella occidentale.
Sfortunatamente ne sceglie molte volte la parte peggiore. Questo si riflette anche sulla Chiesa: ne sono in crisi l'identità e i valori. Non si capisce bene se gli
etiopici si sentano parte integrante di una Chiesa etiopica o straniera: ne è un esempio il non utilizzo degli strumenti musicali locali nella liturgia. Il miraggio di andare all'estero poi, con la motivazione di studiare
meglio, ha portato alcuni alla decisione di non tornare a casa. Si sono verificati anche casi di abbandono del sacerdozio e della vita religiosa.
L'Ordine cappuccino è stato il più colpito e ciò è dovuto principalmente alla difficoltà di amalgamare i vari gruppi etnici che compongono la Provincia etiopica.
Confesso che questa situazione mi ha colto un po' di sorpresa; qualche anno fa avevo scritto una relazione su un possibile sfaldamento dell'Ordine, ma pensavo che questo sarebbe avvenuto più lentamente. Comunque, credo ancora
nella capacità degli etiopici di gestirsi, dando vita ad una società, una Chiesa, un Ordine cappuccino secondo una logica autoctona. Non sarà una logica come quella dei missionari, ma sarà la loro logica.
Ora, dopo quarantotto anni di missione, sono una ruota di scorta e, direi, una buona ruota di scorta, pronta quando c'è bisogno di aiuto. Mi sento sereno e anche
appagato, nonostante le delusioni e le sconfitte che la vita ha riservato a me come a tutti. La mia vita è come l'acqua del fiume Omo, ribollente fra le gole dei monti, poi sempre più placida, man mano che si distende nel
piano, finché arriva al lago Turkana, dove si confonde fino a scomparire.
Progetti missionari in Etiopia
Progetto 1: Alfabetizzazione e istruzione (DEDUCIBILE/DETRAIBILE)
- Costruzione e arredo di scuole.
- Acquisto di generi alimentari per i bambini più lontani dalla scuola.
- Salario per insegnante (€ 52 al mese).
Progetto 2: Animazione vocazionale e formazione (NON DEDUCIBILE/NON DETRAIBILE)
- Corsi residenziali per giovani in ricerca vocazionale.
- Mantenimento di giovani seminaristi.
- Sussidi per la formazione e la preghiera.
Progetto 3: Catechesi ed evangelizzazione, dialogo ecumenico e interreligioso
(NON DEDUCIBILE/NON DETRAIBILE)
- Costruzione di "chiesette di villaggio" (€ 1.000): legno e argilla locali (€ 200); lamiere e chiodi (€ 320); porte e finestre (€ 280); manodopera (€ 200).
- Corsi di formazione per catechisti.
- Stampa di sussidi per la catechesi.
Progetto 4: Infanzia e famiglia (DEDUCIBILE/DETRAIBILE)
- Una pecora o una capra per una famiglia povera (25 €).
- Aiuto a situazioni familiari di particolare disagio.
Progetto 5: Promozione dello sviluppo economico e occupazionale (DEDUCIBILE/DETRAIBILE)
- Realizzazione di strade, con manodopera locale e senza mezzi meccanici. Questo è un modo dignitoso di aiutare le famiglie più povere: non si distribuiscono soldi, ma si stipendia il loro lavoro di chi offre la propria collaborazione. Dieci metri di strada costano in media circa 100 €.
Progetto 6: Sanità ed educazione sanitaria (DEDUCIBILE/DETRAIBILE)
- Costruzione e mantenimento di cliniche.
- Operazione agli occhi per bimbi e adulti che diversamente perderebbero la vista (€ 120).
- Imbrigliamento di una sorgente (€ 360).
- Un sacco di cemento (€ 20).
Progetto 7: Sostentamento dei missionari (NON DEDUCIBILE/NON DETRAIBILE)
La missione cammina con la forza dello Spirito e con l'impegno di uomini e donne disponibili a spendersi totalmente per la "fame di pane e la fame di Dio" che sale come un grido da popoli interi...
La nostra attenzione e la nostra premura non possono trascurare i missionari.
Cibo, medicine, abitazioni, automezzi e strumenti per le varie attività… sono cose per loro necessarie, consentono di vivere e di adoperarsi per la buona riuscita dei vari progetti…
E' proprio l'attenzione ai missionari che fa comprendere che, oltre all'aiuto materiale, non possono mancare quei fondamentali sostegni che sono la preghiera, la stima, l'amicizia e l'affetto.
I missionari sono disponibili ad accogliere intenzioni per la celebrazione di SANTE MESSE, che possono riguardare ogni tipo di necessità o il suffragio dei defunti.
Le prenotazioni devono pervenire ai Centri Missionari di San Martino in Rio o di Imola che si fanno garanti dell'impegno assunto.
Romania: Ricostruire il tessuto sociale
Filippo Aliani Missionario a Sighet (Romania) dal 2002
Tanti problemi per scuoterci dalla nostra indifferenza
Nascita di una vocazione
Quando ero ragazzo, in parrocchia mi è capitato di leggere un libro scritto da un frate minore, padre Van Straaten,
fondatore dell' "Aiuto alla Chiesa che soffre", Dove Dio piange. Credo che questo libro abbia segnato in un modo determinante la mia vita per quanto riguarda la scelta di consacrazione e anche quella missionaria.
La vita di missione mi ha sempre affascinato per la possibilità di condividere e di aiutare i più poveri. Nella mia
formazione sono entrato in contatto con la nostra missione di Turchia che, pur nella sua importanza, non riuscivo a sentire mia per il particolare tipo di presenza che richiede. Diversa è stata invece l'esperienza che ho
vissuto nel '95 in Brasile. Visitando i nostri conventi e le attività che svolgevano i Cappuccini di Bahia, Rio, San Paolo e Porto Alegre, si è risvegliato in un modo molto forte il desiderio di partire per la missione.
Vedere la drammaticità di tante situazioni (povertà, bambini di strada, senza terra), la presenza bella e viva offerta dai
frati che condividevano, nel vero senso della parola (vivendo con gli sfollati, nelle baraccopoli, vicino alle discariche, minacciati per le denuncie fatte contro la violenza e lo sfruttamento della prostituzione), la
vitalità delle comunità di base, ha rimesso in discussione tante cose circa il mio modo di vivere la consacrazione. È iniziata una fase di inquietudine sulla scelta e la vita religiosa abbracciata. Il sentirsi insoddisfatto sul
modo di viverla, per la distanza da situazioni di povertà, sofferenza, sfruttamento, per l'impossibilità di condividere davvero la vita con gli ultimi, per la scarsa radicalità di essere fratello, minore e cappuccino (vedendo
la ricca tradizione caritativa del nostro Ordine).
Per questo, diverse volte ho chiesto al mio Ministro provinciale di aver la possibilità di andare in missione. Questa
inquietudine mi ha portato a partecipare a un campo di solidarietà missionaria a Sighet (Romania) e, vedendo la drammaticità di certe situazioni, la mancanza di prospettiva per tanti giovani, l'assenza della famiglia, la
sofferenza provocata dall'abbandono, l'importanza di offrire un ponte ai nostri giovani per aprire gli occhi su queste realtà, è rinata l'insoddisfazione e l'inquietudine. È rinata la chiamata alla missione che era all'origine
della mia vocazione.
Ambiti di intervento
Da 5 anni è iniziata questa esperienza a Sighet (Romania) vivendo, in un primo momento, in una casa-famiglia con otto
ragazzini provenienti dall'orfanotrofio. Dopo un anno noi frati abbiamo aperto un oratorio, il Centro Giovanile "San Francesco", dove mi sono trasferito e che poi dall'autunno 2006 ha visto la nascita di una fraternità, con
l'arrivo di due frati della Custodia di Romania, Ciprian e Florin. Le attività che da allora sono nate sono varie e riguardano principalmente cinque ambiti: Centro Giovanile, Sostegno alle Famiglie, Collaborazione con gli
Orfanotrofi, Integrazione in Società, Esperienze di Missionarietà.
Centro Giovanile "S. Francesco":
luogo di incontro dove vengono i giovani per una formazione umana, spirituale e lavorativa. Vogliamo offrire un ambiente "pulito" e positivo dove i giovani siano sostenuti e incoraggiati (offrendo quello che dovrebbe fare la famiglia che invece manca o spinge in altre direzioni negative) e possano fare esperienza di amicizia e fraternità. È nato il "Gruppo Speranza" di cui fanno parte una quarantina di giovani (dai 14 ai 23 anni) e con loro facciamo incontri di formazione umano-cristiana e attività di volontariato. Con loro andiamo settimanalmente negli orfanotrofi e nelle case-famiglia in città per fare attività ricreative con i bambini, in modo che loro stessi si facciano carico dell'impegno di rispondere alle necessità e sofferenze dei loro "amici" più piccoli. Ad alcuni è data anche la possibilità di lavorare nei laboratori (di falegnameria e cucito) per sostenere la famiglia, i bisogni che hanno e mettersi qualcosa da parte per il futuro.
Sostegno alle Famiglie:
l'obiettivo è quello di ricreare un ambiente familiare positivo (materiale e umano) per i ragazzi, perché è lì che si confrontano quotidianamente. Siamo intervenuti ristrutturando gli appartamenti (bagni, stufe, acqua, luce, lavatrice) o rifacendo la casa, come è avvenuto già per sei famiglie (alcune delle quali vivevano in condizioni impossibili), in modo da offrire un ambiente dignitoso. Nello stesso tempo si pongono alcune condizioni: si esige che lascino l'alcol, che i bimbi vadano a scuola e che uno dei genitori vada a lavorare. Ad alcune famiglie si pagano gli alimenti (pane e generi più importanti) in un negozio vicino. Gradualmente si cerca di renderli autonomi, ma questo chiaramente richiede una presenza assidua nel visitarli. Il nostro sostegno poi si apre anche al campo scolastico (pagando convitti, ore di ripetizione, tasse universitarie e abbonamenti a chi non potrebbe permetterselo) e sanitario (medicine, ricoveri, dentista, occhiali).
Collaborazione con gli orfanotrofi:
pensate che solo a Sighet ci sono 3 orfanotrofi e 13 case di tipo familiare. Oltre alla presenza con i nostri volontari, cerchiamo di sostenere gli sforzi che le istituzioni stanno facendo per creare un ambiente accogliente e familiare per questi ragazzi. Purtroppo devono fare i conti con la scarsità di risorse finanziarie (anche se la situazione sta migliorando). Li abbiamo aiutati nel rinnovare alcuni ambienti, con le medicine e con gli alimenti che mensilmente portiamo. Inoltre, sosteniamo alcuni ragazzi che continuano gli studi (università in particolare) pagando le rette. Un grosso progetto realizzato è stato quello che riguarda l'orfanotrofio di Sighet che, grazie all'aiuto della CISL di Reggio Emilia e altre istituzioni e privati, abbiamo completamente ristrutturato creando 6 appartamenti-famiglia.
Integrazione in Società:
il problema per molti ragazzi che escono dall'orfanotrofio è quello di inserirsi in società (lavoro e alloggio) perché non sono bene accolti e perché loro stessi fanno fatica a gestirsi. Umanamente sono inconsistenti e, sicuramente, le esperienze che hanno vissuto li hanno indeboliti e non sono capaci di scegliere e perseguire il loro vero bene. Questo, fortunatamente, non per tutti, ma anche le esperienze di quest'ultimo periodo ci hanno dimostrato la difficoltà a reintegrarli. Gestiamo un appartamento per accogliere le ragazze che escono dagli istituti e poterle accompagnare in questa prima fase di autogestione.
Nascita di una casa-famiglia:
grazie all'aiuto di un'associazione, abbiamo acquistato e ristrutturato una casa che nell'autunno prossimo speriamo di aprire per accogliere bimbi provenienti dall'orfanotrofio o da queste famiglie problematiche. L'idea è quella di offrire loro, grazie alla presenza di una coppia di genitori, l'esperienza di una vera famiglia. L'abbandono continua ad essere un'emergenza che tocca e coinvolge in un modo molto forte, anche perché si vede purtroppo come vanno a finire questi ragazzi che sono segnati duramente dall'abbandono.
Esperienze di missionarietà:
uno degli obiettivi della nostra presenza è quello di far da ponte tra queste realtà e i giovani italiani, in modo da permettere loro di toccare con mano ("Vieni e vedi") la vita in missione. Infatti si organizzano in estate "Campi di Solidarietà" in cui i giovani italiani vengono per fare attività negli orfanotrofi, nelle case-famiglia e nei campi giochi con i bimbi che vanno alla mensa delle suore. In questo modo hanno la possibilità di vedere in prima persona la sofferenza che segna chi è abbandonato, chi s'incontra quotidianamente con la violenza, l'indifferenza, la povertà. È un'esperienza che generalmente provoca in un modo molto forte perché produce in chi partecipa un senso di inquietudine che spinge all'impegno per rispondere a tutti questi problemi.
La povertà dello spirito
Dopo anni di confronto con queste situazioni, si vede che la povertà maggiore che schiaccia queste persone non è tanto la
povertà materiale, quanto quella morale e spirituale. Si ha a che fare con persone che non hanno la capacità di gestirsi, di relazionarsi, di pensare al domani, di essere responsabili. Questo è conseguenza della mancanza della
famiglia e dell'abbandono, dell'assistenzialismo che per anni ha caratterizzato la storia della Romania. Farsi carico di queste persone vuol dire iniziare un cammino educativo enorme e che non sai come finirà. Vari dei ragazzi
che abbiamo seguito e che seguiamo non riescono a entrare in un logica diversa.
Credo che non sia semplicemente questione di non volere, ma di non avere i mezzi per comportasi altrimenti perché non sono
stati formati, non riescono a capire. È un'eredità che porteranno con sé per sempre. Condividere vuol quindi dire farsi carico di questa povertà, di queste persone che sono così e sono da accettare come sono, accontentandosi
dei piccoli miglioramenti che si riescono a realizzare; questo però non è sempre facile, anzi credo che sia la fatica maggiore che si fa, perché si ha a che fare con un'umanità "segnata" negativamente e non hai una base su cui
costruire. C'è però da riconoscere che ci sono tanti che invece approfittano positivamente dell'aiuto che gli si offre e crescono diventando responsabili.
Per questo il cammino di crescita della società rumena è e sarà un cammino lungo e faticoso, perché porta sulle spalle un
peso enorme, il peso di un passato che l'ha impoverita. Pensate che nella prigione di Sighet nel periodo comunista sono morti (a causa delle condizioni disumane, delle botte e delle malattie) uomini di cultura, politici,
vescovi, in pratica l'elite culturale e spirituale del popolo rumeno degli anni '50. E per 40 anni sono stati schiacciati da una dittatura che li ha tenuti nel terrore e nella povertà.
L'apertura che ha caratterizzato la caduta del regime e l'entrata nella Comunità Europea ha portato a un miglioramento del
livello di vita, che però non è stato accompagnato da una crescita di valori. Il nostro Occidente si è preoccupato di riempire questo popolo di consumismo e di materialismo, senza dargli i mezzi per gestirlo. In più continua a
obbligare il meglio della società rumena a emigrare perché qui non vedono riconosciute le loro capacità e il loro lavoro. Continua quindi ad essere una società a cui è tolta l'elite culturale e lavorativa. Sono tantissimi
quelli che partono per lavorare in Europa per avere un futuro diverso, per sostenere la propria famiglia e dare ai figli la possibilità di studiare. Ma questo provoca la separazione dalla propria famiglia, l'abbandono dei figli
lasciati, in molti casi, in custodia a parenti o vicini, il confronto con un mondo che promette tutto, l'illusione di raggiungere la felicità attraverso i soldi, la caduta in un materialismo sfrenato da raggiungere a qualunque
costo. Per cui la società rumena continua ad essere una società che aggiunge problemi a problemi che avranno ripercussioni pesanti sulle nuove generazioni.
In questo ambiente si trova ad operare la Chiesa, che ha una missione fondamentale. Infatti la fede è l'unica realtà in
grado di illuminare un cammino per recuperare umanità, verità, solidarietà, la vera dimensione delle cose. In queste situazioni si capisce l'importanza e la ricchezza della fede. Purtroppo però le connivenze della Chiesa
Ortodossa col potere (passato e presente), le tensioni tra le varie Chiese presenti (Chiesa Ortodossa, Greco-Cattolica, Latina, Protestante, Settari), una religiosità che a volte rasenta la superstizione, una spiritualità
sganciata dalla vita, un'attività quasi solo sacramentale e la mancanza di pastorale (soprattutto nella Chiesa Ortodossa) sono i limiti che tolgono credibilità e rallentano la realizzazione di questo suo compito. Questo sarebbe
il momento più propizio e in cui la società rumena avrebbe maggior bisogno di una presenza significativa e di una testimonianza di fede, comunione, verità.
Anche l'Ordine dei Cappuccini è presente in Romania da più di 10 anni, da quando i frati della Provincia di Napoli sono
venuti nella terra di un loro beato, frate Geremia da Valacchia, le cui spoglie verranno riportate in Romania, nel Santuario di Onesti, nei prossimi mesi. L'attività vocazionale che hanno svolto ha prodotto dei buoni frutti;
infatti, con quelli in formazione, sono circa una cinquantina i frati rumeni. È una presenza nuova ed in evoluzione e che ha bisogno di essere conosciuta, ma che può dire tanto alla società rumena.
Vorrei concludere con una frase di Raoul Follerau che a me piace tanto e che credo ci aiuti a vivere una fede capace di
condividere e vivere come fratelli:"Ciò che importa è che la miseria degli altri s'imprima nella nostra carne, bruci il nostro sangue. Ossessioni i nostri pensieri troppo 'tranquilli', guasti il nostro cuore troppo sicuro di
sé e scuota la tranquillità della nostra coscienza di benpensanti"
Progetti missionari in Romania
Progetto 1: Alfabetizzazione e istruzione
(DEDUCIBILE/DETRAIBILE)
- Kit di materiale scolastico necessario per un anno (€ 80).
- Ore di ripetizione (€ 3 all'ora).
Progetto 2: Animazione vocazionale e formazione (NON DEDUCIBILE/NON DETRAIBILE)
- Iniziative di formazione per giovani in ricerca vocazionale.
- Sostegno alle "case di formazione" dei giovani frati.
Progetto 3: Catechesi ed evangelizzazione, dialogo ecumenico e interreligioso
(NON DEDUCIBILE/NON DETRAIBILE)
- Stampa di sussidi in lingua locale.
- Acquisto di Bibbie.
Progetto 4: Infanzia e famiglia (DEDUCIBILE/DETRAIBILE)
- Sostegno ai "bambini di strada".
- Generi alimentari per famiglie povere.
- Ristrutturazione di case di famiglie numerose e senza mezzi economici.
- Attività socio-assistenziali del Centro Giovanile San Francesco (Sighet).
Progetto 5: Promozione dello sviluppo economico e occupazionale (DEDUCIBILE/DETRAIBILE)
- Creazione di laboratori di falegnameria, taglio-cucito, maglieria, parrucchiera…
- Avvio di attività di pizzeria e gelateria per dare lavoro a qualche giovane e contribuire al sostentamento di una "casa famiglia" che accoglierà bambini tolti dagli orfanotrofi.
Progetto 6: Sanità ed educazione sanitaria (DEDUCIBILE/DETRAIBILE)
- Acquisto di medicinali e finanziamento di interventi chirurgici per persone in difficoltà.
Progetto 7: Sostentamento dei missionari (NON DEDUCIBILE/NON DETRAIBILE)
La missione cammina con la forza dello Spirito e con l'impegno di uomini e donne disponibili a spendersi totalmente per la "fame di pane e la fame di Dio" che sale come un grido da popoli interi...
La nostra attenzione e la nostra premura non possono trascurare i missionari.
Cibo, medicine, abitazioni, automezzi e strumenti per le varie attività… sono cose per loro necessarie, consentono di vivere e di adoperarsi per la buona riuscita dei vari progetti…
E' proprio l'attenzione ai missionari che fa comprendere che, oltre all'aiuto materiale, non possono mancare quei fondamentali sostegni che sono la preghiera, la stima, l'amicizia e l'affetto.
I missionari sono disponibili ad accogliere intenzioni per la celebrazione di SANTE MESSE, che possono riguardare ogni tipo di necessità o il suffragio dei defunti. Le prenotazioni devono pervenire ai Centri Missionari di San Martino in Rio o di Imola che si fanno garanti dell'impegno assunto.
Sudafrica: La missione arcobaleno
Ezio Venturini Missionario in Sudafrica dal 2001
Da Imola a Porth Elizabeth sul sentiero del mondo
Il seme deposto
Il seme missionario è stato deposto nel mio cuore nel lontano 1957 quando, nel seminario di Imola, venivano a trovarci i
missionari dell'India. Ci parlavano di un mondo sconosciuto ed affascinante, lontano e misterioso; ci raccontavano fatti ed episodi che avvenivano nella foresta vergine; di missionari che avevano avuto la "fortuna" di
incontrare la tigre ed essere ancora vivi; di elefanti che venivano impiegati nei lavori di disboscamento; di grandi fiumi e foreste lussureggianti; di popoli e costumi così diversi dai nostri che mi incuriosivano. La mia
fantasia era talmente affascinata da questi racconti meravigliosi, che quando andavamo a passeggio nel cosiddetto "Bosco della Frattona", nella periferia di Imola, mi vedevo come nella misteriosa foresta indiana. Durante le
vacanze leggevo volentieri libri riguardanti l'India o avventure in India, come " La mangiatrice di uomini", ma specialmente i libri di Kipling "Il Libro della Jungla" e quello che mi è piaciuto di più, "Kim".
Durante gli anni di teologia ho coltivato nel cuore questo seme e nel frattempo la missione dell'India veniva affidata ai
religiosi indiani e la Provincia di Bologna sceglieva il Kambatta- Hadya in Etiopia. Dopo l'ordinazione sacerdotale, il 1° ottobre 1977, ho presentato la domanda per andare missionario in Etiopia ed i superiori,
nell'accoglierla, mi hanno chiesto di prendere il diploma di inglese, necessario per poter ottenere il permesso di lavoro in Etiopia come insegnante nelle nostre scuole missionarie. Ho trascorso 5 mesi ad Olton, in Inghilterra,
ho ottenuto il diploma e sono rientrato in Italia per preparami ad andare missionario.
Nell'estate del 1978 si tenne il capitolo che elesse Ministro provinciale padre Alessandro Piscaglia. Nel mese di agosto
ero andato dai miei per un periodo di vacanza e per aiutarli a tinteggiare la casa; stavo sull'impalcatura, quando vedo arrivare padre Francesco Pavani, uno dei consiglieri, e pensavo fosse venuto a salutarmi. Beviamo una
bibita fresca e quindi mi comunica che anche padre Giulio Mambelli ha presentato la domanda per andare missionario in Etiopia ed il definitorio ha dato la precedenza a lui e mi nomina al suo posto segretario per le Missioni
estere. Ho accettato per obbedienza: ci sono voluti alcuni mesi per riprendermi dallo shock ed innamorarmi del mio nuovo apostolato. In seguito ho sempre compiuto con gioia e con dedizione questo lavoro e sono andato a trovare
diverse volte i missionari della nostra Provincia di Bologna in Etiopia, in India, in Tanzania ed in Sud Africa per farli sentire tutti nostri missionari.
Finalmente, nell'ottobre 1996, parto per la nuova missione del Dawro Konta in Etiopia, dove da alcuni mesi si trova padre
Cassiano Calamelli; in seguito arriverà anche padre Marcello Silenzi. La missione era da iniziare e non c'era assolutamente nulla; il governo locale ci ha "venduto" una collina spoglia e arida a Gassa Chare: è iniziata così la
nuova avventura missionaria del Dawro Konta. Dopo la costruzione della casa in fango e paglia, secondo le consuetudini locali, mi sono trasferito in Addis Abeba, la capitale, per imparare l'amarico, la lingua ufficiale
etiopica. Ho trascorso 4 anni nella nuova missione e poi sono rientrato in Provincia, a Bologna, per un periodo di riposo sabbatico.
Parroco per provvidenza
Nel gennaio 2001 padre Romano Bubani chiede al Ministro provinciale un frate che lo possa sostituire provvisoriamente in
Sudafrica: desidera venire in Italia per il suo 50° di ordinazione sacerdotale e passarvi sei mesi. Che sia l'occasione buona? Insisto nella domanda e il 16 marzo 2001 finalmente parto per il Sudafrica. Nel frattempo padre
Romano Bubani muore in ospedale in Italia per un tumore il 18 luglio 2001, e il vescovo di Port Elizabeth, mons. Michael Coleman, scrive al Provinciale, chiedendo che io possa continuare la presenza nella sua diocesi e il
Ministro provinciale padre Alessandro Piscaglia dà il suo assenso: gliene sono molto grato.
A Port Elizabeth, la quarta città più importante del Sudafrica, sull'oceano indiano, sono parroco in una comunità indiana
di 1200 cattolici, conseguenza dell'apartheid: nel 1965, il Governo promulgò il decreto "Group Areas Act", che obbligava i 4 gruppi culturali più numerosi - cinesi, indiani, colorati e neri - a lasciare le loro case e proprietà
e trasferirsi in luoghi già decisi dal Governo. Queste popolazioni vivevano nel South End, una delle aree più belle e sviluppate, vicino al centro città, al porto e alle spiagge; erano pescatori e mantenevano le famiglie con il
loro commercio. È stato un disastro per le 8000 famiglie che hanno perso le loro case, il lavoro ed anche le loro attività commerciali. Queste ricollocazioni forzate sono continuate per dieci anni fino al 1975. I cinesi
dovettero andare a Kabega Park, gli indiani a Malabar, i colorati e musulmani a Gelvandale e Bethelsdorp. I neri di lingua xhosa furono divisi tra New Brighton e Red Location.
A Malabar non c'era niente: era una collinetta brulla e piena di erbacce e qualche albero; niente, proprio come nel Dawro
Konta quando iniziammo la nuova missione. Ora la collina è diventata una cittadina graziosa e immersa nel verde, grazie alla tenacia e all'intraprendenza degli indiani. Io sono parroco di Malabar e anche cappellano degli
italiani e dei portoghesi di Port Elizabeth. La parrocchia assorbe tutta la mia attività pastorale ed è fonte di grande gioia e soddisfazione; non mancano naturalmente i problemi, ma si risolvono con la buona volontà; posso
contare sull'aiuto di un prezioso e fidato collaboratore, il diacono permanente Lawrence Augustine, sposato e con figli, e sulla collaborazione dei parrocchiani, specialmente del Consiglio Pastorale, del Comitato Economico
Parrocchiale, dei catechisti e dei parrocchiani che appartengono a quindici diversi gruppi.
La presenza di Dio tra popoli diversi
Oltre alle normali attività pastorali, celebro la messa in italiano la seconda e la quarta domenica di ogni mese nella
chiesa di san Francesco, costruita dagli italiani, con buona partecipazione; il primo e il terzo martedì di ogni mese celebro la messa nella casa per anziani ("Old Age Home"): qui partecipano alla messa anche non cattolici e
non cristiani, come indù e musulmani.
Tra le attività di sviluppo sociale, desidero ricordare il pasto caldo, preparato e distribuito dai nostri volontari ogni
sabato mattina a circa 400 bambini che vivono nelle baraccopoli attorno a Malabar. Prima di Natale portiamo loro pacchi-dono, vestiti e dolci donati dai nostri parrocchiani durante l'avvento; più volte la settimana distribuiamo
anche pane, verdure, frutta, dolci che qualche supermercato ci dona, conoscendo la nostra iniziativa. Come potete immaginare, il mio fuoristrada è spesso usato per raccogliere e distribuire cibo per i poveri.
La "San Vincenzo" parrocchiale confeziona 20 pacchi di generi alimentari ogni mese per le famiglie bisognose di Malabar,
senza distinzione di religione. Ogni anno celebriamo una giornata speciale, prima di Natale, per le persone anziane di Malabar: sono 350/400 persone della terza età a cui doniamo una buona colazione, un sontuoso pranzo e il
nostro affetto. La giornata è rallegrata da canti, danze e musica. Altre attività sociali e religiose fanno parte della vita parrocchiale e tra queste il " Family Day" annuale al mare: almeno 600/700 persone partecipano alla
messa sulla spiaggia e poi ai giochi e alla grigliata.
La popolazione del Sud Africa è di 44 milioni di persone e la media dell'età è bassa. I gruppi etnici si dividono in: neri
africani 79%, bianchi 9,6%, colorati 8,9%, indiani/asiatici 2,5%. Le lingue più parlate sono: zulu 24%, xhosa 18%, afrikaans 13%, sepedi 9%, inglese 8%, setswana 8%, sesotho 8%, xitsonga 4%, altre 7%. Il Sudafrica è stato
chiamato la "Nazione Arcobaleno" per le tante culture e popolazioni che convivono in armonia e in pace. Il Governo ha la maggioranza formata da neri e sta cercando di elevare il tenore di vita della popolazione, specialmente
dei più deboli; sta sostituendo le capanne con case decenti; porta acqua ed energia elettrica nelle locations di neri e colorati; tuttavia il cammino è ancora lungo e pieno di insidie. I giovani non vedono un futuro roseo per
loro e se possono emigrano in Inghilterra, in Australia o in Nuova Zelanda.
La Chiesa cattolica è libera come le altre Chiese cristiane e diverse religioni. Le ultime statistiche del 2001 davano 67
differenti denominazioni, tra cui: Apostolic Churches 5.000.000; Zion Christian Church 4.950.000; Chiesa Cattolica Romana 3.150.000; Dutch Reform Church 3.000.000; Methodist Church 2.925.000; altre Chiese Cristiane 2.885.000; Induisti 560.000; Musulmani 650.000; Ebrei 75.000; religione tradizionale africana 126.000; nessuna
religione 6.767.000.
Il nostro Ordine è agli inizi: la Vice-Provincia dipende dall'Irlanda; i frati professi sono 16, i Novizi 3, i Postulanti
2. La Vice-Provincia ha ancora urgente bisogno del sostegno di altre Province cappuccine per poter camminare, un giorno, con le proprie gambe. Ha la responsabilità di 4 parrocchie, due nella diocesi di Cape Town e due in quella
di Port Elizabeth. La Provincia indiana del Maharastra ha promesso collaborazione e ha già mandato un frate e un altro si sta preparando.
Progetti missionari in Sudafrica
Progetto 1: Alfabetizzazione e istruzione
(DEDUCIBILE/DETRAIBILE)
- Aiuto per la frequenza scolastica di scolari e studenti poveri (€ 20 all'anno a persona).
Progetto 2: Animazione vocazionale e formazione (NON DEDUCIBILE/NON DETRAIBILE)
- Sostegno alle attività del "gruppo vocazionale".
Progetto 3: Catechesi ed evangelizzazione, dialogo ecumenico e interreligioso
(NON DEDUCIBILE/NON DETRAIBILE)
- Dono di una Bibbia (€ 10).
- Sussidi per i catechisti.
Progetto 4: Infanzia e famiglia (DEDUCIBILE/DETRAIBILE)
- Generi alimentari per famiglie povere (€ 15 al mese per famiglia).
- Soup kitchen: un pasto caldo settimanale per i poveri (€ 60 al mese).
Progetto 5: Promozione dello sviluppo economico e occupazionale (DEDUCIBILE/DETRAIBILE)
- Sostegno per l'avvio al lavoro di persone disoccupate.
Progetto 6: Sanità ed educazione sanitaria (DEDUCIBILE/DETRAIBILE)
- Acquisto di medicinali per famiglie povere.
Progetto 7: Sostentamento dei missionari (NON DEDUCIBILE/NON DETRAIBILE)
La missione cammina con la forza dello Spirito e con l'impegno di uomini e donne disponibili a spendersi totalmente per la "fame di pane e la fame di Dio" che sale come un grido da popoli interi...
La nostra attenzione e la nostra premura non possono trascurare i missionari. Cibo, medicine, abitazioni, automezzi e strumenti per le varie attività… sono cose per loro necessarie, consentono di vivere e di adoperarsi per la buona riuscita dei vari progetti…
E' proprio l'attenzione ai missionari che fa comprendere che, oltre all'aiuto materiale, non possono mancare quei fondamentali sostegni che sono la preghiera, la stima, l'amicizia e l'affetto.
I missionari sono disponibili ad accogliere intenzioni per la celebrazione di SANTE MESSE, che possono riguardare ogni tipo di necessità o il suffragio dei defunti. Le prenotazioni devono pervenire ai Centri Missionari di San Martino in Rio o di Imola che si fanno garanti dell'impegno assunto.
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